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Mercoledì, 15 Febbraio 2017 11:46

Obbligo vaccini, Lorenzin: “Legge nazionale, l’accordo con le Regioni compete al Governo” In evidenza

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Roma, 27 gennaio – La notizia di un accordo stretto tra Governo e Regioni per una legge nazionale sui vaccini che contempli anche (sul modello emiliano e toscano)  l’obbligatorietà delle vaccinazioni ai fini dell’accesso a scuola, circolata a partire da ieri pomeriggio dopo un incontro tra la ministra della Salute Beatrice Lorenzin e una rappresentanza della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni guidata da Antonio Saitta (nella foto), era evidentemente così bella e così in linea con le aspettative di molti da suscitare una pioggia di reazioni positive, tracimate su agenzie e siti informative in un autentico crescendo.

Valga, per tutte, il tweet di Walter Ricciardi, presidente dell’Iss, spintosi a definire in un tweet un  “accordo storico tra @BeaLorenzin e @regionitaliane per obbligo vaccini del nuovo piano: chiarezza per cittadini e protezione dei più deboli”.

Il fatto è che l’accordo  che, in buona sostanza, estenderebbe a livello nazionale quanto già deciso dalla Regione Emilia Romagna a novembre 2016 e dalla Toscana poi (giusto qualche giorno fa), ovvero l’obbligo di sottoporre a vaccinazione contro antipolio, antidifterica, antitetanica e antiepatite B i bambini ai fini della loro iscrizione agli asili nido, non c’è, o almeno non c’è ancora.

A precisarlo, in serata, è intervenuta la stessa Lorenzin, con una nota ufficiale nella quale, riconoscendo la proficuità del confronto di ieri con le Regioni sul tema di “un intervento legislativo nazionale che renda obbligatorie le vaccinazioni al fine dell’accesso ai percorsi scolastici nella scuola dell’infanzia e dell’obbligo”, si è limitata ad affermare di aver “acquisito la posizione delle Regioni” e di essersi riservata di “portare la questione all’attenzione del ministro dell’Istruzione e della ricerca scientifica e degli altri colleghi di Governo”.

“Nessuna intesa è stata raggiunta” ha chiarito la ministra, derubricando l’esito del confronto di ieri con la Commissione Salute delle Regioni all’inizio di “una interlocuzione istituzionale su di un tema di grande interesse per le famiglie italiane”.

Insomma, stringere un accordo inter-istituzionale per una legge nazionale sulle vaccinazioni è affare che riguarda il Governo nella sua interezza, e dovrà essere dunque questo ad occuparsene, sempre che lo voglia e faccia in tempo a farlo.

Del resto, sulla questione continuano a registrarsi posizioni diverse, come dimostra l’immediata, piccata reazione della Regione Lombardia alle prime agenzie che riferivano del (presunto) raggiunto incontro governo-Regioni per arrivare in tempi brevi ad una legge nazionale sull’obbligatorietà dei vaccini. “La Regione Lombardia non è assolutamente d’accordo perché riteniamo che gli obblighi non producono l’effetto di radicare nei cittadini la consapevolezza dell’utilità dei vaccini” ha tuonato l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, osservando che la posizione sostenuta dall’assessore Saitta “non rappresenta la posizione di Regione Lombardia, non è stata condivisa ed è lontana da quella che abbiamo espresso in tutte le sedi”.

La Regione Lombardia è convinta che per ripristinare un’adeguata copertura vaccinale, più che gli obblighi, servano interventi finalizzati a “rendere i cittadini consapevoli che la scelta di vaccinarsi è quella più giusta per la propria salute”. Strada per molti versi sovrapponibile a quella scelta dal Veneto, altra Regione che ha scelto di non reintrodurre l’obbligo di vaccinazione, nella convinzione che il calo delle vaccinazioni non dipenda  dalla non obbligatorietà (introdotta in Veneto nel 2007), ma da una sottovalutazione generale del rischio dovuto al possibile ritorno di malattie che proprio dai vaccini erano state debellate. In Veneto, la decisione è stata quella di stretti controlli sul territorio e della valutazione sanitaria caso per caso di fronte a bimbi non vaccinati.

“La nostra anagrafe vaccinale” spiegò a suo tempo l’assessore alla Sanità Luca Coletto “è completamente informatizzata e ci consente di tenere sotto controllo la situazione e consentendo all’Autorità sanitaria Locale, cioè il sindaco, di intervenire con propria ordinanza di allontanamento temporaneo o di esclusione del non vaccinato dove la situazione del singolo nido o della scuola d’infanzia scenda sotto la copertura del 90%”.

Per spiegare (e dirla tutta), in quella Regione è stata adottata nel novembre 2016 una delibera che introduce la richiesta del certificato vaccinale all’atto dell’iscrizione ai nidi e alle scuole dell’infanzia. L’elenco degli iscritti con la documentazione vaccinale acquisita viene trasmesso al Servizio di Igiene e sanità pubblica (Sisp) dell’Asl di riferimento: nulla quaestio, ovviamente, per i bambini vaccinati, ma il Sisp è tenuto a fornire un parere sul rischio di ammissione del bambino non vaccinato in rapporto al tasso di copertura del territorio, alla situazione epidemiologica e anche della presenza nella comunità infantile di bambini che non possono essere vaccinati per specifiche condizioni di salute.

La segnalazione del bimbo non vaccinato viene quindi inviata al sindaco del Comune competente (in quanto massima autorità sanitaria locale), al quale spetterà l’eventuale decisione di disporre, con propria ordinanza, il temporaneo allontanamento del bambino o la sua non ammissione alla struttura. Una procedura che – per qualche osservatore – oltre al rischio di una certa farragine, sembra essere un modo con il quale la Regione lascia la patata bollente dei contenziosi con i genitori no vax inviperiti per l’eventuale mancata ammissione dei loro  figli nelle scuole pubbliche agli amministratori pubblici.

Letto 675 volte Ultima modifica il Martedì, 21 Febbraio 2017 12:54

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